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Agenda della comunicazione del prossimo Governo: l’informazione? Bene comune



La comunicazione come bene pubblico, comune e quindi libero. La riunione del “Comitato per un Welfare della Comunicazione”, che si è svolta il 24 gennaio in una Sala Conferenze gremita a piazza Montecitorio, a Roma, ha prodotto su questa idea un dibattito vivace e propositivo tra giornalisti, sindacalisti e responsabili politici dell’informazione.

Un’idea rimasta finora quasi esclusivamente sulla carta, ha ricordato nella sua relazione introduttiva l’ex Garante della Privacy e insigne giurista Stefano Rodotà: «Il sistema delle comunicazioni è una risorsa all’interno della quale si deve poter giocare ad armi pari, è una questione capitale per definire i caratteri di una democrazia. Se noi ci troviamo in un’area comune, ma questa non è gestita in una situazione di uguaglianza, essa semplicemente non è un bene comune. Una delle caratteristiche della democrazia è quella di non costruire né monopoli né ghetti, ma di esporre continuamente tutti all’influenza delle idee altrui. Se non siamo contaminati dalle idee degli altri, ci chiudiamo nelle nostre certezze e la democrazia ne soffre».

Anche Internet, che nel passato è stato ingenuamente considerato un territorio assolutamente libero da qualunque imposizione dall’alto, va regolamentato affinché sia garantito il suo statuto di bene pubblico. «Come è noto, da tempo le sue utilizzazioni commerciali hanno largamente superato quelle civili, facendo crollare il mito di chi credeva che il web sarebbe rimasto un’area di libertà anarchica. Basta il caso di Yahoo!, che ha mandato in galera per dieci anni un giornalista cinese, a dirci che Internet non è innocente e che anche lì esiste un problema di libertà. Che è soprattutto un problema di bene comune: in un momento di elezioni questo deve entrare nei programmi. Non possiamo essere schizofrenici e ignorare la questione in un momento in cui, per decreto, vengono imposte delle limitazioni alla comunicazione sul web. Questo è in contraddizione con l’idea di bene comune».

La domanda da porsi, quindi, è se il sistema italiano della comunicazione consenta effettivamente il libero accesso ai servizi, garantendo contemporaneamente il pluralismo. «Leggiamo che la Rai si accinge a stipulare un accordo con la Juventus riguardo la sua videoteca», continua Rodotà, «privatizzando in questo modo un bene pubblico. Possiamo ammettere che la logica del mercato comporti una limitazione alla conoscenza? Si possono privatizzare i beni comuni? Se le Commissioni di Vigilanza parlamentari non si occupano di queste cose, il bene comune rimane soltanto aria fritta».

È dello stesso parere Roberto Di Giovan Paolo, giornalista tra i fondatori del Welfare della Comunicazione, che punta il dito sull’ipocrisia di chi limita la portata della rivoluzione digitale in corso alla semplice possibilità di «utilizzare il decoder per ottenere il numero dei vigili del fuoco». Il servizio pubblico non può limitarsi a questo: «bisogna uscire dalla logica che la modernità sia solo introdurre un decoder che dà informazioni sul traffico. In una situazione degradata qual è quella dell’educazione oggi, porsi il problema del welfare non è solo porsi il problema dell’articolo 21 ma del 2° comma dell’art. 3 della Costituzione, cioè della possibilità di permettere a tutti di poter rimuovere le ineguaglianze. Oggi chi non è in condizione di decodificare ciò che proviene dai nuovi media è penalizzato rispetto agli altri. Il problema non è stare dentro i media, ma avere la possibilità di formarsi una coscienza critica per capire cosa sta accadendo lì dentro».

La politica deve affrontare questo e altri nodi, che riguardano tanto l’insieme del sistema della comunicazione quanto le regole di tutela della privacy dei cittadini. Per Di Giovan Paolo di certo la legge Gasparri è inefficace: «Noi chiediamo semplicemente di attenersi alle direttive dell’Unione Europea, nulla di più. Al di la del dibattito ideologico, per quanto riguarda la legge Gasparri basta guardare ai risultati: nel 2006 doveva esserci il passaggio totale al digitale. C’è stato? Non ci pare proprio».

C’è bisogno, dunque, di una vera e propria riforma del sistema che ponga al centro l’idea della comunicazione e della conoscenza come beni comuni della collettività. «Se riusciamo a partire nella prossima legislatura con l’idea che la comunicazione non è soltanto una merce e che il pluralismo non è uguale alla concorrenza tra alcuni soggetti ma una cosa molto più ricca, credo che riusciremo a produrre un impianto di riforma del sistema della comunicazione italiana che, in Italia, ci viene negato dalla riforma della Rai del 1975», afferma Sergio Bellucci, co-fondatore del “Welfare della Comunicazione” e responsabile della comunicazione e innovazione tecnologica di Rifondazione. «Da quella data, infatti, assistiamo a una serie di deregolamentazioni, al Far West – come sta avvenendo sulle frequenze per il digitale. Noi dobbiamo mettervi fine».

Il Welfare della Comunicazione, assieme ad altre quarantasette associazioni, ha partecipato al tavolo di discussione sul programma aperto dall’Unione, riuscendo ad introdurvi elementi innovativi importanti. «In quella sede», ricorda Bellucci, «alcuni rappresentati dei partiti hanno dovuto prendere atto che nel corpo della società alcune idee ormai marciano più velocemente che nella sfera della politica. L’impianto che ha proposto il Welfare della Comunicazione al tavolo di discussione sul programma aperto dall’Unione sta producendo dei salti nella consapevolezza della politica. Se la comunicazione non è solo merce, noi dobbiamo produrre una politica attiva che trasformi i diritti generali (di cui sono piene le leggi) in un potere reale del cittadino di organizzare la comunicazione in maniera diversa. In sostanza, di organizzare una politica del welfare a sostegno di diritti che, se restano solo enunciati sulla carta, il potere economico – con le logiche delle deregolamentazioni – impedisce di rendere agibili».

(inserito il 27/01/2006)

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