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"Overdose", abbiamo troppa informazione?



Giuliano da Empoli è un giovane sociologo (classe 1973), è stato consigliere del Ministro delle Comunicazioni, collabora come commentatore a Il Sole 24 Ore. Si è imposto all'attenzione del grande pubblico con il saggio, scritto a 23 anni, "Un grande futuro dietro di noi" del '96 in cui metteva in guardia dai rischi di una società ipergarantista nei confronti di chi ha già un lavoro e non per i giovani.

Oggi, esce per i tipi della Marsilio un suo nuovo libro dal titolo "Overdose. La società dell'informazione eccessiva" (Prezzo: 9 euro).
Secondo Giuliano da Empoli dopo la tragedia di New York dell'11 Settembre non si può non affrontare il problema dell'overdose cognitiva: la paurosa esplosione dei contenuti informativi in atto nella nostra società.

Il punto di rottura sarebbe l'11 Settembre perchè, oggi, sappiamo che la CIA aveva a disposizione tutti i dati necessari per prevenire quello che è successo, ma non ha potuto farlo perchè nessuno è riuscito ad estrarre gli elementi utili dalla montagna di informazioni anche inutile nella quale viviamo.
Ci sono dati eloquenti: 550 miliardi di pagine internet che crescono al ritmo di 7,3 milioni di unità al giorno, 200 milioni di SMS che verranno scambiati quest'anno dai telefonini di tutto il mondo, un recente sondaggio Gallup effettuato su un campione do 972 lavoratori della conoscenza americani che ha rivelato che ciascuno di loro affronta, ogni giorno, una media di 31,8 telefonate, 13,6 e-mail. 11,2 messaggi vocali e 8,8 fax.

Si può parlare di una sindrome da overdose di informazione come quella che emerge da uno studio, realizzato nel 1996, dalla società Reuters su 1.300 manager sparsi per il mondo ed il loro rapporto con le informazioni. Due terzi dei manager interpellati dichiarono di aver bisogno di grandi quantità di informazioni per prendere le decisioni, ma la metà di loro confessò di non riuscire a gestire la massa di informazioni che riceveva.

Addirittura il 42% dichiarò di considerare lo stress da informazione come causa di disturbi fisici, il 60% attribuì all'eccesso di informazioni una stanchezza che ci si portava dietro anche nel tempo libero.
L'Autore trascura volutamente gli aspetti tecnologici del problema per soffermarsi su quelli socio-culturali.
Nei primi due capitoli cerca di fare una fotografia delle cause dell'eccesso di informazione: le strategie di marketing che ricorrono alla produzione di sempre nuovi contenuti informativi, la "nomadizzazione del lavoro", la fine delle grandi ideologie e visioni del mondo di tipo religioso che permettevano agli individui di filtrare, catalogare, selezionare le informazioni.

Viene assunto, come emblematico degli effetti dell'overdose informativa, il caso degli "otaku" giapponesi: i giovani giapponesi che si innamorano di un solo interesse, musicale, tecnologico, fumettistico e di questo conoscono tutto maniacalmente, disinteressandosi di ogni altro aspetto della realtà. La parcellizzazione degli interessi informativi, che si esprime con il boom delle tv tematiche e delle riviste specializzate, sarebbe un modo di difendersi dall'eccesso di informazioni e sarebbe una delle cause del crescente distacco dalla politica che si esprime con l'astensionismo.

La soluzione non può essere, secondo il da Empoli, in una sorta di neo-luddismo anti-massmedia.
Innanzitutto ci sono tendenze positive alla semplificazione: vengono citati gli esempi della Procter & Gamble e di Blair, nei due campi delle imprese e della politica.
Esempi positivi perchè riducono la complessità e pongono il messaggio all'interno di una narrazione.
Inoltre bisogna rivendicare un "di ritto alla disconnessione", contrario a quello che si sostiene contro il "digital divide", che sarebbe il diritto alle nuove tecnologie.

Ripristinare zone franche in cui la persona possa pensare, riflettere, farsi delle domande, senza essere sommerso dalle informazioni.
Oggi questo diritto sarebbe già appannaggio di elitè sociali mentre sarebbero i meno ricchi a non poter staccare un minuto cellulari ed e-mail per paura di essere messi ai margini.

Sono interessanti le riflessioni che Giuliano da Empoli riprende sul mondo del giornalismo dal saggio di D. Wolton "Penser la communication" L'informazione in diretta non è più semplice da realizzare oggi, di quanto non lo fosse in passato, quando i mezzi tecnici erano più rudimentali. Perchè la parte più difficile rimane l'analisi, e oggi tutto avviene in diretta. Ma disordinatamente.

La diretta non è sinonimo di verità, e il senso è ancora più difficile da afferrare quando si è incollati al flusso degli eventi". Perla maggior parte dei mass-media la vera sfida sarebbe, non tanto quella di accedere agli eventi, ma quella di capirli e di farli capire.

(inserito il 15/06/2002)

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