Sei nel settore: Giornalisti prof. e freelance


Quanto guadagna un giornalista?

di Veronica Sedda


Professionisti e pubblicisti, redattori e freelance. Ma quanto guadagnano i giornalisti?

Il contratto di lavoro giornalistico stabilisce, per i giornalisti professionisti assunti dal primo dicembre '95, trattamenti economici differenti a seconda che il redattore abbia più di 30 mesi di anzianità professionale o ne abbia di meno.

Nel primo caso è previsto un minimo di stipendio che a gennaio '99 era di 2.913.889 lire mensili, mentre se si tratta di un redattore di prima nomina si può scendere fino a 2.084.305 lire. Il caporedattore, invece, può contare su un minimo di 3.706.467 lire.

Ci sono, poi, i contratti di praticantato che in teoria si applicano ai giornalisti in formazione. Qua la differenza di trattamento dipende dai mesi di servizio: con meno di un anno il praticante avrà 1.033.556 lire, con oltre 12 mesi 1.688.307 lire.

Questo per quanto riguarda i giornalisti professionisti che sono tutelati da un regolare contratto di lavoro. Quando però si inizia a parlare dei freelance arrivano le note dolenti. Sì, perché nel settore vige una giungla retributiva, anche se un articolo dello stesso contratto è dedicato al trattamento economico riservato ai pubblicisti che prestano la loro opera di collaboratori fissi. E, allora, il minimo previsto per almeno due collaborazioni al mese (per quanto riguarda i periodici) è di 158.441 lire, per quattro 321.411 lire, per otto 640.558 lire.

A regola, quindi, il freelance dovrebbe essere pagato almeno 79mila lire “a pezzo”, ma i fatti testimoniano una realtà ben diversa. Al contrario, infatti, può guadagnare dalle 25mila alle 300mila lire a cartella (30 righe per 60 battute) se non ad articolo.

In particolare questo problema tocca i liberi professionisti che non siano “firme” illustri: non è infrequente, infatti, che i direttori delle testate firmino i borderò anche dopo cinque-sei mesi con il rischio di aspettare i corrispettivi anche per un anno o che, addirittura, piccole case editrici adottino la politica di non pagare i collaboratori.

E' ovvio, quindi, che, poiché il freelance non può contare su una chiara regolamentazione che lo tuteli da ogni punto di vista, nell'adempimento del suo lavoro incontri parecchi ostacoli con conseguenze a volte assurde. Ad esempio, non potendo contare su un rimborso spese, chi le anticipa è costretto poi a pagarci il 20 per cento di ritenuta d'acconto.

Una nota positiva, comunque, è rappresentata dall'Inpg 2, ovvero la gestione previdenziale separata dell'Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani istituita nel '96, alla quale tutti gli iscritti all'Albo dei giornalisti (professionisti, pubblicisti, praticanti), titolari di un rapporto di lavoro subordinato e che svolgono attività di lavoro autonomo, sono obbligati a iscriversi.

La cassa di previdenza per i giornalisti liberi professionisti prevede, infatti, il versamento obbligatorio su tutte le attività di collaborazione giornalistica di una percentuale del 10 per cento del reddito netto imponibile ai fini fiscali. Questa cifra versata annualmente da ogni iscritto costituisce il capitale individuale sulla base del quale, alla fine dell'età lavorativa, verrà erogata una pensione. Attualmente i liberi professionisti iscritti alla gestione previdenziale separata sono oltre ottomila.

Nel frattempo la categoria dei freelance continua ad ingrossarsi, in Italia come nel resto d'Europa, fino a costituire un vero e proprio esercito di liberi professionisti che spesso si organizzano in service (gruppi di giornalisti che si associano per fornire a diverse testate intere sezioni di giornale o servizi televisivi completi “chiavi in mano”).

A volte il giornalista freelance, soprattutto colui che scive articoli “da esterno”, è invece considerato un disoccupato. Mentre in altri casi, l'ansia di arrivare presto all'ambito traguardo induce molti ad accettare competenze al limite del precariato lavorativo. E il rischio, svendendo le fasce più giovani della categoria, è che venga svenduta la professione stessa.

A questo problema si aggiunge quello piuttosto recente della posizione dei redattori di siti Internet, che spesso vengono inquadrati con contratti da metalmeccanico e commerciale, anche se attualmente è in corso una battaglia dei giornalisti telematici e della Federazione nazionale della stampa (www.fnsi.it) per il riconoscimento a livello contrattuale della professione anche sulla Rete.

Il redattore on line è in tutto e per tutto un giornalista con l'unica differenza, rispetto ai colleghi della carta stampata e del giornalismo radiotelevisivo, dello strumento che utilizza. Il rischio che si corre, però, è quello di trasformare la figura del web-giornalista che fa di tutto (dal redattore al grafico all'esperto multimediale) in tecnologo.


(inserito originariamente su Web il 18.9.00)

(inserito il 31/10/2001)

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