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Informazione

Belgrado, la guerra
e l'informazione

di Enrico Pulcini

Questa tragica e assurda Guerra dei Balcani fa irrompere ancora una volta in un conflitto il devastante potere manipolatorio dell'informazione coperta o divulgata. Siamo sicuri che nei prossimi giorni i più vistosi passi politici per andare incontro o contro le armi saranno definiti anche in base all'utilizzo che le due parti avverse faranno della cronaca sul conflitto.

Come in passato, gli apparati in guerra stanno cercando di affiancare ad aerei, razzi e bombe anche la più letale arma che la cultura dell'uomo abbia concepito: la comunicazione. Ecco allora che il ministro degli Esteri serbo, Jovanovic, al terzo giorno di conflitto parla al mondo intervistato da Larry King tramite la Cnn, peraltro oscurata in territorio Jugoslavo, per lanciare moniti e messaggi al mondo; l'Occidente "promuove" l'intervento militare della Nato mostrando da mesi il tragico esodo delle popolazioni del Kosovo cacciate dai serbi e le case distrutte dalle milizie; Belgrado, mentre piovono missili e bombe sulla capitale, caccia i giornalisti, attua il black out sulla guerra, fa scorrere sugli schermi della televisione nazionale servizi sull'apertura di un 'expo' internazionale e dà le immagini di Milosevic che prende il té con i ministri facendo avvolgere il drammatico momento dalla rinnovata cortina impenetrabile della censura.

Abbiamo assitito su Cnn e Bbc ai "briefing" dell'Alleanza Atlantica e del Governo americano sullo stato della guerra: la copertura totale delle operazioni in corso convince molto più della censura di Milosevic sul piano dell'effetto mediatico. Entrambe le azioni hanno però lo scopo, in modi diversi, di rassicurare la propria opinione pubblica: "occhio non vede cuore non duole" per quella jugoslava, "state tranquilli è tutto sotto controllo" per quella occidentale.  In linea generale non crediamo che ci siano vincitori in un conflitto militare con stermini e distruzione, ma se nella Guerra dei Balcani qualcuno potrà trarre vantaggio ciò sarà in base alla capacità del potere mediatico occidentale  e di quello serbo di "promuovere" la "giusta azione" sui due più importanti oggetti emotivi di questo conflitto comunicazionale: l'effetto delle bombe su Belgrado e altrove in Serbia, la distruzione dei villaggi e gli eccidi in corso contro i kosovari.  Su entrambi i fronti infatti esiste una dose di pietismo che influirà parecchio sull'opinione pubblica.

Da mesi vediamo con regolarità allucinante file di "fantasmi umani" che percorrono le ondulate colline intorno a Pristina: manifesto emotivo dell'esodo biblico che sta interessando la zona. Ma questi esodi sono in atto, certo in misura maggiore ora con lo scattare dell'assalto finale serbo, da mesi, da anni se pensiamo a quello che è successo in Croazia e Bosnia. Eppure ora le immagini sono utilizzate per documentare con attenzione "la causa dello scontro" e per non far spengere l'interruttore del funzionamento della democrazia elettronica: l'informazione totale. Ma nei prossimi giorni pensiamo che questa capacità occidentale di informare meglio potrebbe incontrare un pericolo inquietante: l'assuefazione alle immagini belliche. Questa guerra esiste solo laddove arrivano le telecamere e  le macchine dei fotografi. Ma basterà estinguere le immagini cliccando sul telecomando o voltando pagina per far scomparire il conflitto dalle nostre menti.

C'è chi dice che Internet è il mezzo migliore attraverso il quale costruirsi un proprio percorso conoscitivo attraverso informazioni pescate in maniera autonoma. Ma non tutti riescono nell'impresa: troppo alti i costi dell'interattività in fatto di energia mentale e in fatto di attivazione di coscienza critica. In futuro con mezzi intellettuali più solidi e strumenti più efficaci potremmo lanciare ancora meglio il nostro grido contro la guerra e la barbariea umana.

(inserito su Web il 30.3.99)


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