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Normativa

Due su tre contro
gli spot elettorali in TV
Vita: su Internet non c'è
che l'autoregolamentazione

di Sandra Cavallo

Due lettori su tre sono d'accordo con la legge che vieta gli spot politici in TV durante le campagne elettorali: è questo il risultato del sondaggio che Infocity ha promosso nel suo sito in queste settimane. Su oltre 50 risposte 'effettive' (cioè senza contare gli invii multipli da parte dello stesso indirizzo IP) a settimana per circa due mesi, il 61% si è dichiarato “d'accordo con il progetto di legge che vieta gli spot tv in campagna elettorale”, contro un 39% che è invece contrario.

Un risultato che – è interessante notare – richiama curiosamente la distribuzione dei voti in Senato, dove lo scorso 21 ottobre il progetto di legge sulla par condicio è passato con 154 voti a favore (il 66%), 69 contrari (il 30%) e 7 astenuti. Il testo, ora in attesa di approdare alla Camera, è stato oggetto di uno scontro abbastanza vivace tra parti politiche ed anche nel mondo dei media. Ma già tra il mese di agosto, quando fu presentato il disegno di legge del governo, e la fine di ottobre, quando il testo è stato approvato dal Senato, molti punti sono stati chiariti o hanno subito modifiche.

Tra questi c'è Internet: come applicare infatti la regolamentazione della “par condicio” elettorale al Web? Nelle ultime elezioni europee, tutti ricorderanno come alcune liste acquistarono quantità massicce di 'impressions' di banner pubblicitari sui quotidiani e motori di ricerca più visitati in Italia. E andando a regolamentare per la prima volta con una legge il delicato problema della par condicio, non si è potuto ignorare che tra i media, oggi, non vanno contate solo stampa, radio e Tv ma anche il Web. Il governo e il parlamento si sono trovati divisi tra la volontà di redigere un testo il più completo possibile, diretto anche alle reti troppo spesso ignorate nella legislazione in vigore, e la difficoltà di regolamentare un terreno così nuovo – e così ostinato.

“Nel testo iniziale presentato dal governo il 4 agosto era prevista un'estensione alle reti. Tuttavia abbiamo constatato una certa difficoltà a regolamentare la comunicazione in rete, che per sua natura mal si adatta a norme rigide”, dichiara Vincenzo Vita, sottosegretario alle Comunicazioni ma anche studioso dei nuovi media. Dopo la presentazione del testo iniziale, gli osservatori più attenti ad Internet avevano subito notato che, salvo l'accostamento dell'espressione “nei servizi di rete” ai più tradizionali “mezzi radiotelevisivi”, il disegno di legge mancava di una regolamentazione più precisa della par condicio su Web e, entrando nello specifico dei singoli articoli, tornava a citare solo radio e Tv. Né d'altronde poteva essere semplice pensare di regolamentare siti Web collocati magari su server di altri paesi, o intervenire con sanzioni e interruzioni del servizio on line senza suscitare grossi dibattiti sulla libertà del Web. E' così che il testo è stato modificato togliendo qualsiasi riferimento ad Internet (salvo che come mezzo per rendere pubblici i sondaggi elettorali) e lasciando che il panorama legislativo continui ad ignorare la 'patata bollente'. Conferma Vincenzo Vita: “si è deciso alla fine di limitarsi ai media classici. Certo Internet andrà in qualche modo regolata, ma se ne riparlerà in futuro. Per il momento infatti non si è trovata una forma per combinare la libertà tipica della rete con la regolamentazione della par condicio. L'appello che facciamo è quindi, per ora, ad una forma di autoregolamentazione”. Un invito che lascia perplessi: sarà in grado, il più giovane dei mezzi di comunicazione di massa, a mostrare la maturità che la TV non sembra aver mai raggiunto?

(inserito su Web il 22.11.99)


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