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Web

Il futuro dell’e-publishing:
fucine di bit
per vincere nella Rete

di Enrico Pulcini

Con l’avvento del Web l’entusiasmo degli inizi ha portato migliaia di accattiemmellisti “onnipotenti” a creare siti “fai da te”. L’innovazione rappresentata dal WWW ha letteralmente “regalato” al settore editoriale il passapartout per concentrare all’interno dell’elaboratore elettronico la redazione, il reparto grafico e la tipografia di un opera testuale. Le migliaia di documenti che fluttuano sulle “acque” infinite del WWW furono (e lo sono oggi ancora in parte) per la maggior parte scritti da entusiasti “accattiemmellisti”.

Nell’evoluzione della pubblicazione di documenti l’HTML (hyper text markup language: il linguaggio tramite cui vengono realizzate le pagine web) rappresenta il definitivo distacco dalla materialità dei processi di stampa, già iniziata con l’utilizzo del computer in campo editoriale. Il gesto di lavorare un documento da far vedere sul World Wide Web, con la disposizione dei codici che definiranno, quando letti dal browser, l’aspetto estetico delle pagine, assomiglia più all’incisione della tavoletta con caratteri cuneiformi degli albori della scrittura che ai faticosi ed interminabili processi tipografici.

Anche con l’HTML colui che redige il documento può pubblicare la propria realizzazione immediatamente “scolpendo”, invece che la pietra con lo scalpello, il testo in ASCII con la tastiera, fino alla sua forma definitiva, che vedrà la luce attraverso il browser.

Un ritorno all’antica che elimina d’un colpo la stampa e fornisce all’autore di un testo, articolo, libro la possibilità di pubblicare la propria realizzazione immediatamente ad una platea certamente più vasta di quella sumera: i milioni di utenti Internet nel mondo. Con l’HyperText Markup Language l’autore del sito può confezionare il testo secondo criteri grafici autonomi, sistemando i caratteri come “un tipografo elettronico”. Pubblicando inoltre il documento immediatamente attraverso le connessioni Internet, scavalcando compositori, reparti grafici, edicole o spedizioni postali.

Oggi, pero’, la grande arena del Web, ha condotto ad una competizione per la “migliore rappresentazione possibile”. Cio’ richiede competenze specifiche che riducono le differenze di organizzazione del lavoro tra le redazioni digitali e quelle editoriali che producono libri, giornali, riviste. Anche su Web vi e’ bisogno di specializzazione nelle attivita’ di scrittura, di grafica e di programmazione dei linguaggi informatici che, in qualche modo, ripristinano le antiche differenze.

Redazione web quindi come sistema di produzione organizzato da un architetto digitale progettatore e costruttore di contenuti e regista solitario dell’opera oppure come fucina di bit che in fondo riproduce l’organizzazione di qualunque gruppo di lavoro alle prese con un’opera creativa. Lo sfruttamento del WWW in ambito commerciale e promozionale ha trascinato molti operatori, aziende e piccole societa’, alla creazione di nuclei di produzione digitale preposti all’allestimento e al funzionamento di un sito. Queste redazioni web, rispetto all’opera di un regista solitario, svolgono gli stessi compiti dell’individuo singolo alle prese con una realizzazione ma con piu’ efficacia in quanto possono attivare procedure di divisionalizzazione del lavoro tipiche di ogni produzione.

“La causa principale del progresso nelle capacita’ produttive del lavoro, nonche’ della maggior parte dell’arte, destrezza e intelligenza con cui il lavoro viene svolto e diretto, sembra sia stata la divisione del lavoro”. Questo pensiero e’ contenuto nel volume “La ricchezza del lavoro” dell’economista scozzese Adam Smith che, alla fine del 1700, dissertava sull’evoluzione dell’allora incipiente Rivoluzione Industriale.

E’ Smith ha porre per primo “l’esempio dello spillo” come emblema della nuova societa’ basata sulla produzione di massa di beni. La manifattura di spilli, spiega Smith, necessita di 18 operazioni distinte che solo al termine del ciclo portano all’oggetto da commercializzare: “ un lavorante trafila il metallo, un altro raddrizza il filo, un terzo lo taglia, un quarto gli fa la punta, un quinto si occupa della capocchia” ecc. La conclusione di Smith e’ la seguente: “piu’ alto e’ il grado di avanzamento di un Paese, piu’ spinta e’ la suddivisione delle occupazioni e dei mestieri. Cio’ che in uno stadio primitivo della societa’ e’ opera di un solo uomo, diviene opera di parecchi in una societa’ progredita”.

Smith parla da un altra epoca e con una visione tardo-settecentesca della produzione che puo’ lasciare insoddisfatti. Eppure, possiamo notare che ora un mondo del lavoro costruito intorno a fabbriche, fucine e officine della Rivoluzione Industriale torna con quella Digitale. Occorre riapplicare gli schemi di allora ad una nuova rivoluzione che, sebbene, non si svolga in luoghi di produzione “fisici” (le fabbriche) sta imponendo le stesse divisionalizzazioni produttive ed il ricorso a manodopera, come due secoli fa nei Paesi economicamente piu’ evoluti del mondo.

E’ una tesi, questa, ormai proposta da sociologi ed economisti che analizzano l’attuale sviluppo della produzione digitale. Ai suoi albori il Web, come gia’ detto, offri’ a chiunque la possibilita’ di editare siti semplici grazie alla padronanza di uno strumento di programmazione basato su un linguaggio informatico relativamente semplice, l’html. L’evoluzione dei dispositivi, le potenzialita’ del WWW e la necessita’ di competere in scenari di mercato dove comunicazione e informazione sono decisivi per veicolare i messaggi, impongono logiche di produzione multimediale intese come vere e proprie catene di montaggio.

(inserito su Web il 13.3.00)


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