La conferma mi è giunta parlando con il mio amico Giuseppe Turri, vecchio lupo di mare delle P.R. sull'Information Technology, ora alla Compaq, che poco tempo fa mi ha detto: "guarda se dobbiamo organizzare un grande evento sulla comunicazione di Rete invitiamo 2-3 grosse aziende e quelli di Punto Informatico".
Bel colpo per loro essere considerati un punto di riferimento del settore, ho detto fra me e me pensando al pionierismo dei fratelli De Andreis che dal nulla generarono (nel '96) un giornale online specializzato. Oggi quella webzine è una "portaerei" da migliaia di contatti al giorno.
Allora sono tornato a guardare il sito. E ho visto che ci andavo giù duro. Non solo con la quantità di pagine e di news prodotte, ma anche con i linguaggi innovativi, le sferzate a destra e a manca, il giornalismo partecipato. E allora sono andato a trovarli.
De Andreis, alcuni dicono che Punto Informatico sia la webzine più gustosa da leggere del settore delle ict, è vero?
Punto Informatico è cresciuto accanto ai propri lettori e con loro ha dato vita ad una comunità che oggi è apprezzata perché può rappresentare per tutti il riflesso e l'effetto dell'accelerazione del settore ICT sulla cultura italiana. Oggi PI è considerato "utile" sia dai consumatori che dalle aziende (anche se non tutte...), riusciamo ad attrarre l'attenzione di politici, giornalisti, altri professionisti e studenti. In effetti, Punto Informatico offre spunti a tutto il settore, verticalmente: è una "comunità di informazione" in aggiornamento costante dove c'è sempre l'occasione per un confronto aperto.
Che fonti di ricavo ha Punto Informatico?
Punto Informatico vende prevalentemente banner pubblicitari sul proprio sito ma dalla fine del 2000 abbiamo cominciato a cedere contenuti ad editori terzi, una nuova fonte di ricavo che contiamo di crescere quest'anno.
Quindi è una balla la tesi del giornalismo su Internet come passatempo per giornalisti alternativi, che ne pensa?
Il problema del giornalismo, a mio vedere, prescinde dalla differenza tra Internet e non-Internet. Oggi esiste un mezzo di comunicazione che risulta ben più capace della carta stampata: arriva ovunque, costa molto meno, è più rapido ed offre maggiore comunicazione. Non è tanto un problema di mezzo quanto di confronto: scrivere su Internet vuol dire mettere in gioco ogni cosa perché si ha un rapporto diretto con ogni lettore (uno a uno), in un confronto che coinvolge intere comunità di utenti che hanno molta più voce che mai, perché una notizia si propaga nella Rete in poche ore e se è inesatta o falsa l'autore deve assumersene la responsabilità. Questo, semmai, può rivelarsi un terreno molto fertile per l'evoluzione del Giornalismo; in più, se ci sai fare, puoi anche guadagnare bene. L'esperienza di cinque anni di Punto Informatico dimostra come un'informazione trasparente e puntuale, bidirezionale, che coinvolge il lettore, porta alla nascita spontanea di una comunità. Di conseguenza le notizie sono approfondite, sviluppate, arricchite dagli interventi di molti, in un confronto che giova all'intera comunità. Non spetta a me definire se proporre informazione in questo contesto sia definibile "giornalismo", io penso di si ma è chiaramente diverso dal "giornalismo" praticato negli ultimi trent'anni in Italia. Forse chi, proprio in questi giorni, spinge per ampliare la portata dell'obsoleto e pericoloso articolo della legge sulla stampa che parla di stampa clandestina, ha anche gli strumenti per definire questo nuovo genere di attività.
Eppure in America i giornali online stanno tagliando posti di lavoro, come la mettiamo?
Bisogna distinguere tra due grandi fenomeni: da una parte abbiamo esempi di testate cresciute online nello stile di Salon.com, The Register, Slashdot (o di PI) e dall'altra testate che rappresentano un travaso online di attività editoriali cartacee. Le prime sono cresciute attorno ai propri lettori e hanno investito quello che potevano secondo i ricavi o poco di più. Le seconde hanno puntato sulla pubblicità e sul loro brand per accattivarsi lettori, senza inventarsi nulla e alcuni nemmeno adeguando la comunicazione al mezzo.
La novità è che questo "modello" non ha funzionato come si aspettavano i Murdock o i Mondadori. Forse era sbagliato il marketing, forse l'offerta, solo a pochi è andata bene. Io penso che alla luce di quanto successo negli ultimi anni su Internet sia ragionevole ritenere che una comunità sia indispensabile allo sviluppo di un'attività di informazione. Credo anche che non sia possibile costruire a tavolino una comunità perché si tratta di rapporti "uno a uno", ognuno con le sue regole, tempi e fasi che la pubblicità o la tecnica non permettono di bypassare. Quello che è successo è che i grandi editori sono riusciti ad attrarre traffico sui propri servizi ma non a costruire attorno ad essi delle comunità solide presentando, alla fine dei conti, un prodotto utile ma "freddo", rispetto all'ambiente caldo e dinamico di testate cyber "doc".
Non è crisi dei giornali online, semplicemente qualcuno ha investito molto ma lo ha fatto sbagliando obiettivo, e oggi si trova in mano mezzi pesanti, poco efficienti e con dipendenti, operatori e redattori che diventano un peso per il loro budget.
Cosa è questa storia delle regole del giornalismo che non vi piacciono, avete assunto spesso un atteggiamento di contrapposizione con le istituzioni di categoria, cosa è che non vi piace della stampa tradizionale?
Punto informatico non è schierato contro alcuno, ci mancherebbe. Piuttosto, fa fatica a trovare un'identità per la propria attività vista la sempre maggiore distanza tra il suo modello di "comunità di informazione" e la stampa tradizionale di cui si occupano le leggi. Manca evidentemente una nuova categoria di informazione che esiste di fatto da anni ma non è tutelata. Quello che facciamo è quindi stimolare un dialogo, un confronto che permetta di identificare problemi e soluzioni. Il pericolo è che non si prenda atto per tempo dell'esistenza di "comunità di informazione" (come PI), lasciandole di fatto in balia dell'aggressività degli imprenditori e minandone di conseguenza l'esistenza e il beneficio che possono apportare alla cultura del paese. Il rischio è quindi quello di non comprendere la natura diversa del mezzo di comunicazione, di Internet, arrivando a replicare online un modello di informazione che appare stantio (ed è pure finito in mano a pochi grandi gruppi legati!
a interessi "altri"). Chi può beneficiare di questo passo all'indietro? Eppure mi pare sia questa la direzione della proposta di modifica alla legge sulla stampa, una modifica che introduce censure, controlli, balzelli e bollini per "chi fa informazione online", cioè tutti.
E cosa proponete?
La necessità primaria è quella di una tutela contro gli interessi economici che possono fuorviare o cancellare l'evoluzione di una "comunità di informazione". Deve essere garantita la libertà di espressione e di confronto perché la comunità esista ed abbia un senso per la collettività.
Punto Informatico non è tanto interessato ad essere un "organo di informazione ufficiale" in quanto testata giornalistica. Piuttosto, vorrei che avessimo maggiore tutele dagli interessi economici che rischiano di schiacciare questo "salotto virtuale" dove decine di migliaia di persone trattano di attualità informatica.
Alcuni vi accusano di essere gli snob del giornalismo di Rete per via di una linea editoriale sarcastica e irriverente. Io gli risponderei che voi siete on-line dal '96, in fondo avete visto crescere il settore. Ma lascio a voi la difesa.
Oggi Punto Informatico è composto dai suoi lettori e dalla redazione e permette a tutti (aziende comprese) di cogliere l'evoluzione della comunità dei consumatori di tecnologie in Italia. Punto Informatico è fondato sul rapporto di fiducia con i lettori e sulla fedeltà a questo rapporto. E' aperto a tutti, nessuno escluso. La nostra attività è sempre stata slegata da ogni logica business: è sostenuta dalla passione e dai lettori che danno la forza alla redazione (anche quando non c'era alcun ricavo) per continuare la strada che stiamo tracciando. Questo non è essere snob, è la costruzione di qualcosa di nuovo, almeno per l'Italia. In altri paesi "avanzati" le comunità di informazione godono di condizioni e tutele decisamente più favorevoli al loro sviluppo e alla loro crescita. In Italia, stiamo andando invece nella direzione opposta.
Dove volete arrivare, a essere il Cnet italiano? I competitors sono tanti, non trova?
E' molto difficile stabilire cosa sarà PI tra un anno o tra cinque, l'evoluzione tecnologica è così rapida che piuttosto di un ruolo conviene stabilire delle direttive di sviluppo, da adattare all'evoluzione delle tecnologie di comunicazione. Le uniche "direttive" costanti sono la volontà di crescere la comunità di PI continuando a sviluppare il lavoro che abbiamo svolto fin qui, magari con maggiori risorse. Il "mercato" italiano per l'informazione del settore ICT è costantemente in espansione e si sta trasferendo sempre più online, tuttavia non ho conosciuto altre iniziative che utilizzino la stessa ricetta di PI. Non vogliamo essere "un Cnet" ma più semplicemente "un Punto Informatico", questo solo perché seguiamo una nostra strada anche se apprezziamo molto Cnet.
A un giornalista che vuole intraprendere una carriera on-line o aprire una webzine cosa consigliate?
Gli consiglierei di creare una propria rubrica e di tentare di farla pubblicare dai giornali online: facendosi leggere ha la possibilità di attrarre l'interesse per la propria penna, le proprie inchieste, le proprie idee e potrà cominciare a crescere una nuova comunità oppure aggregarsi a qualcuna già esistente. On line siamo tutti un po' freelance...
Il sito di Punto Informatico
(inserito su Web il 7.2.01)
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